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COSTRUIRE O DEMOLIRE?
Dopo che l’esito dello sciopero nazionale dei bancari del 31 ottobre scorso ha testimoniato inequivocabilmente la forza e la compattezza dei lavoratori, l’ABI si mostra ancora incerta ed esitante nella ripresa del confronto su nuove basi.
 
Occorre, invece, deporre l’arroganza e affrontare le questioni nel merito, iniziando dall’abbandono dei propositi di ridimensionamento unilaterale ed unidirezionale delle tutele giuridico-contrattuali, propositi resi manifesti dall’anticipata disdetta del CCNL e dalla strategia negativa sottesa a questa “mossa” scellerata.
 
Ribadiamo che noi siamo disponibili a costruire, ma senza demolire l’edificio normativo, faticosamente eretto dal 1948 ad oggi, sul quale si fondano i diritti degli oltre 300.000 lavoratori bancari, categoria essenziale per lo sviluppo economico del Paese.
 
La FABI è stata, da sempre, alla testa della categoria, dandole voce in termini tecnici e politici, senza pretese egemoniche, consapevole della propria rappresentatività e del radicamento nelle singole realtà bancarie/aziendali, radicamento che rende vera ed autorevole la voce dei suoi esponenti territoriali e nazionali.
 
Ci sono, ora, due questioni che richiedono un pronunciamento chiaro da parte di ABI e delle Banche.
 
La prima riguarda l’avvio del vero negoziato sul rinnovo del Contratto Nazionale, la seconda riguarda il modo in cui s’intende procedere.
 
Non possiamo ridurre tutto il confronto a uno scambio di sorde posizioni e di volontà immodificabili, ma dobbiamo, da subito, pensare alle conseguenze della durata del confronto e delle mosse negoziali.
 
Ecco perché occorre assicurare ai lavoratori bancari una copertura contrattuale che possa andare oltre la scadenza formale prevista (30 giugno 2014).
 
La cosiddetta “ultrattività” altro non è che un legittimo escamotage tecnico, volto a far sì che i lavoratori continuino a beneficiare delle tutele contrattuali nelle more e nel protrarsi di una fase di rinnovo. Essa, sia chiaro, non è affatto una condizione risolutiva, ma uno stato di fatto – condiviso dalle Parti – che evita il determinarsi di un vuoto normativo e di una esiziale lacuna giuridica, che aprirebbe la strada ad improprie derive policentriche aziendali, con spinte ribassiste al ripiegamento.
 
Quindi, per riprendere a trattare occorre allontanare l’assillo o il ricatto di una scadenza vista come l’orlo di un precipizio.
 
Per questo occorre condividere e assicurare una “condizione di salvaguardia preventiva” degli assetti contrattuali di fondo, che permetta di affrontare le partite più difficili e complesse dovute alla trasformazione del sistema economico e finanziario.
 
Questa condizione può essere la “ultrattività” dell’attuale CCNL nel suo impianto di base.
 
La seconda questione, invece, non slegata dalla prima, riguarda i nodi veri del sistema che vanno affrontati nel merito – tutti – e contestualmente.
 
Vale a dire: la stabilizzazione dell’occupazione, il recupero di redditività del sistema, la definizione del perimetro operativo delle banche, l’integrazione dei canali distributivi fisici e virtuali, il peso delle sofferenze, la tutela delle differenti forme societarie, siano esse di matrice cooperativa o di capitale, la partecipazione dei lavoratori alla governance, lo snellimento dei CdA, l’equità delle remunerazioni e dei compensi.
 
Ma – su tutte – svetta la questione del lavoro, la difesa attiva del lavoro: qui bisogna cambiare direzione, modificare radicalmente impostazione.
 
Da oltre 20 anni, infatti, i manager di vertice sono addestrati, attraverso percorsi accademici e master (nei quali l’etica delle professioni e del lavoro non trova spazio alcuno) a confondere il bene assoluto delle proprie aziende con la sistematica e forsennata riduzione dell’occupazione.
 
I “tagliatori di teste” sono diventati l’icona di questo tempo, osannati e ricercati dagli head hunter per la loro spregiudicata amoralità. Per paradosso – poi – capita che coloro che, per limite culturale o scelta ideologica, negano il valore del confronto con i lavoratori e le loro associazioni sindacali siano (per incarico!) alla testa delle strutture preposte alle “relazioni industriali”!
 
Ebbene, essi (tristi epigoni e maldestri emuli di certo Marchionne) sono corresponsabili (se non i primi veri responsabili) del clima pessimo che si respira in alcune aziende e Gruppi, laddove la ricerca delle riduzioni e dei cali degli organici è perseguita in modo sistematico, anche col ricorso a supporti informatici e dati rivolti a piegare la realtà verso un unico disegno di ridimensionamento del lavoro.
 
Spesso, infatti, le Unità Organizzative Aziendali preposte al governo dei processi interni, anziché essere intese al miglioramento dell’ efficacia operativa, si trasformano nel braccio armato di direttori generali, amministratori delegati e manager spregiudicati che, per compiacere i propri amministratori ed azionisti, agiscono soltanto sulla facile leva della compressione dei costi del Personale e degli oneri operativi, mostrandosi del tutto incapaci di pensare un disegno strategico che, invece, permetta di progettare un futuro di sviluppo e di conservare ed incrementare l’occupazione.
 
Questo modo di agire, perverso e brutale, va pubblicamente denunciato.
 
La visione del futuro si costruisce con fatica, non si demolisce a colpi di piccone. Meditino tutti e, soprattutto, meditino certi fondamentalisti, autentici caterpillar dell’organizzazione.
 
Meditino, la mattina, al momento di guardarsi allo specchio per radersi o prima di usare il fard.
 
Non si può giocare sulla pelle dei lavoratori. Noi non lo permetteremo.

Lando Maria Sileoni     
Segretario Generale F.A.B.I.
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