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LA TROTTOLA
Questa giostra sembra proprio non volersi fermare, continua a roteare come fanno le trottole: in cerchio e senza andare da nessuna parte. Un leggero senso di nausea, mi assale. Un movimento ripetitivo e confuso che tende ad accavallare le parole e i pensieri. Si torna sempre al punto di partenza, ma senza accorgersene. Si accumulano chilometri e minuti, per tornare sempre nello stesso posto. Occorre, invece, dare un peso alle lettere, alle frasi e alle idee.
 
Non è facile in questa confusione. Non è facile dividere le cose quando si sovrappongono.  Conseguenza e condizione, non sono certo sinonimi. Eppure vengono utilizzate con disinvoltura, scambiandole. La dignità degli individui non è la conseguenza, ma la condizione di un sistema produttivo efficiente. Che dignità ci può essere nel controllo a distanza, nel demansionamento economico unilaterale e nell’eliminazione completa di quello che resta della possibilità di essere reintegrato, dopo aver subito un licenziamento illegittimo?
 
Tuttavia, la trottola gira e confonde i pensieri e può succedere perfino che non ci ricordiamo più a che cosa servono i diritti. Bisogna fermarsi e riflettere: i diritti nel mondo del lavoro servono per ridistribuire i poteri.
 
Per fare in modo che ci sia un equilibrio tra la forza dei datori di lavoro e la subalternità dei lavoratori.
 
Allora, mi chiedo: quando i diritti sono diventati un lusso?
 
Forse mentre la ruota girava, non me ne sono accorto per colpa della nausea. Si è invertito qualcosa tra la dimensione collettiva e quella individuale, perché i diritti sono deboli quando vengono abbandonati e lasciati soli. Questo può accadere quando cominciamo a pensare che il diritto, prima di essere giusto o sbagliato, deve essere economicamente ammissibile, invertendo la scala dei nostri valori, per colpa della trottola che ruota su sé stessa senza andare da nessuna parte. Quando i milioni di gratificazione economica dei top manager del settore sono diventati un riconoscimento alla loro professionalità e i nostri scatti di anzianità un lusso insostenibile?
 
Quando i miliardi di consulenze spesi dalle banche sono diventati tutti un investimento indispensabile e il sistema di calcolo per il nostro TFR un capriccio da privilegiati?
 
Mi viene la nausea e, forse, neanche più per colpa di questa ruota che continua a girare. Le cose cambiano, ma è nostro compito decidere la direzione. Un tempo, ad esempio, lo sciopero era un reato e chi lo faceva andava in galera. Oggi, seppur per il nostro settore limitato dalla legge 146 del ’90, è un diritto. Chi l’avrebbe mai detto?
 
È stata una storia bella, una di quelle che vanno in avanti e non girano in tondo senza andare da nessuna parte. Una storia senza nausea, fatta di sudore e di lotta. Come quando i bancari sono diventati una categoria nel 1949, quando la FABI, da sola, ha conquistato il primo Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro. I diritti non cadono dal cielo e non crescono sugli alberi, specialmente oggi che troppo spesso vengono messi in contrapposizione tra di loro: lavoro contro salute, lavoro contro retribuzione proporzionata, lavoro contro diritto al riposo. Anche se la ruota gira, alcune immagini sono chiare: noi bancari, senza il CCNL non esistiamo.
 
Ecco perché la lotta per il rinnovo del contratto della categoria sarà particolarmente importante; ecco perché la nausea è una condizione, ma la reazione deve ancora arrivare. Forse ABI, Federcasse o il potere legislativo vogliono mettere ulteriori paletti per dire che, da qui in poi, alcuni diritti non si applicano più, che alcune previsioni decadono per qualcuno. Giureranno che tutto questo sarà soltanto per quelli che arriveranno dopo; poi però, tra un paio d’anni, ci diranno che non è giusto che ci siano lavoratori di serie A e di serie B.
 
Proprio dopo averli creati loro, cavalcheranno le già presenti divisioni tra i lavoratori per abbassare a tutti le tutele, esattamente come è stato fatto con il precariato. Con i giovani beffati due volte: la prima perché condannati a non avere diritti e la seconda quando sono stati utilizzati come strumento per levare le tutele anche ai loro padri e alle loro madri. Perché i diritti non si possono estendere?
 
Abbattiamo i luoghi comuni e i privilegi, i veri privilegi. Nel momento in cui scrivo, la battaglia per la sopravvivenza della categoria è arrivata ad un momento di svolta e, voglio essere chiaro, non è detto che vinceremo noi. Dipenderà dalla nostra determinazione, dalla nostra capacità di partecipare, dal senso della realtà, dalla volontà delle nuove generazioni di bancari. I diritti diventano tali quando ne acquisiamo la consapevolezza e convinciamo anche gli altri che i diritti servono. Se, invece, li abbandoniamo, li rifiutiamo o li sottovalutiamo, essi scompaiono. Dobbiamo scendere da questa giostra che gira in tondo e non va da nessuna parte. Per noi, la direzione è chiara.
 
Non rifiutiamo l’innovazione, l’abbiamo dimostrato quando abbiamo costituito il Fondo di Solidarietà del settore, quando abbiamo creato il Fondo per la nuova Occupazione (che ha già garantito più di 9.000 posti di lavoro a tempo indeterminato), quando abbiamo proposto un nuovo modello di banca al servizio del Paese e in moltissime altre occasioni.
 
La nostra generazione è chiamata ad uno sforzo incredibile: se oggi abbandoniamo il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro, decidiamo di cambiare (in peggio) il nostro futuro. La scelta che facciamo oggi sarà la causa di quello che avremo o non avremo domani. Se vogliamo fermare quella trottola che ruota su sé stessa senza andare da nessuna parte, se vogliamo che quel senso di nausea passi per sempre, dobbiamo essere protagonisti del nostro presente e artefici nel nostro futuro. Pensiamoci bene perché, forse, non avremo altre occasioni.
Mattia Pari 
Coordinatore F.A.B.I. Giovani
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