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MARE IN TEMPESTA
Il 30 gennaio è stato come trasformarsi in un mare in tempesta. Un oceano colorato che ha invaso strade e piazze, inondando i luoghi comuni sui presunti agi del nostro mestiere. Abbiamo affogato l’ipocrisia di quei banchieri che ci accusano di essere anacronistici, sbattendoli di fronte alla realtà di una piazza che si ribella e si rifiuta di continuare ad essere il volto degli errori dei troppi top manager dai pensieri corti.
 
Abbiamo esibito magliette con la scritta “io non sono un banchiere”, per ribadire all’opinione pubblica una differenza di sostanza che deve diventare la base di un percorso di alleanze. In piazza c’erano poche cravatte, perché l’oggetto che di più ha caratterizzato nell’immaginario collettivo il nostro lavoro per tanti anni si è trasformato in un cappio ed ora, vorrebbero anche tramutarlo in un guinzaglio. Già, perché senza un contratto non avremo diritti e non potremo più decidere con la nostra coscienza durante l’esercizio del nostro lavoro e questo è un pericolo non soltanto per noi, ma per l’intera società civile.
 
Quello che sta accadendo ai bancari è molto grave e non può e non deve essere isolato. Siamo una categoria che negli ultimi anni si è aperta tantissimo ed è arrivata addirittura a proporre un nuovo modello di banca al servizio dell’occupazione e del Paese. Abbiamo proposto, cioè, di cambiare il modello di sviluppo partendo dal motore e ci siamo messi a disposizione, come categoria, per fare la nostra parte.
 
Le piazze che abbiamo invaso come un’onda imprevista hanno meravigliato tutti, forse persino noi stessi. Un mare mosso che si è alzato con l’orgoglio di rappresentare l’anello di congiunzione tra il sistema finanziario e la società civile e la rabbia di chi rifiuta di essere una cavia su cui testare modelli economici scopiazzati (male) dai salotti comodi degli analisti creativi.
 
Abbiamo nuotato in mezzo alla folla con la consapevolezza di essere più di noi stessi e più di una sola categoria.
 
Abbiamo nuotato affermando, ancora una volta, l’orgoglio della nostra storia di lotta e rivendicando un futuro possibile per tutti.
 
In piazza c’erano anche tanti giovani, mai abbastanza però. Perché dobbiamo essere i primi a lottare per costruire il nostro futuro. Dobbiamo dare forma alla nostra immaginazione, perché la realtà non può e non deve essere soltanto tragedia. Io, mentre parlavo dal palco di Ravenna, ho immaginato la piazza come una grande onda di pensieri inarrestabili pronta a travolgere e contaminare con la sola forza delle idee l’arroganza dei banchieri, inondare di buon senso le tappezzerie dei salotti buoni, bagnare di responsabilità gli arazzi e dare una nuova forma alla realtà. Una nuova realtà che, per quanto difficile, è possibile e si chiama futuro
Mattia Pari 
Coordinatore F.A.B.I. Giovani
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