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CONTRATTO NAZIONALE
L’immagine della “pistola alla tempia” è certamente truce ma, purtroppo, rende perfettamente l’idea della mossa decisa dall’Abi di disdettare, con largo anticipo sulla scadenza, il Contratto Collettivo Nazionale dei Bancari.
 
In pratica Abi, anziché aprire una discussione ragionata su tutte le falle del sistema (dall’esplosione delle sofferenze alla discrezionalità degli impieghi, al credit crunch, alle retribuzioni dei Top manager, al sovraffollamento degli Organi societari, alle abnormi consulenze con compiacenti sponde “tecniche”, agli appalti, alle cessioni di rami d’azienda camuffate da terziarizzazioni, etc.) ha ritenuto di percorrere una strada davvero nuova.
 
Per Abi, la messa in sicurezza del sistema passa dalla decisione – che qualcuno ha, sorprendentemente, definito “saggia” (!!!) – di alzare subito lo scontro con i lavoratori, demolendo dalle fondamenta l’impianto concertativo prima tanto magnificato.
 
Insomma, l’obiettivo è rottamare in un colpo solo il Contratto collettivo, il sistema di welfare, le tutele e le garanzie di una categoria di lavoratori, che tanto ha fatto e pagato in questi anni.
 
Una strategia veramente greve: prima, con cazzotto diretto, ti rompo il naso e ti spacco gli occhiali; poi, col viso sanguinante e seduto per terra, ti invito a... ragionare. È avvilente sentire annoverare tra le cause della crisi “gli stipendi troppo alti e gli oneri insostenibili” (F. Micheli dixit), che gravano sulle banche ed evocare l’eccesso di forza lavoro e l’incalzare della tecnologia che provoca la “caduta di redditività del sistema”.
 
Sì, di caduta si tratta, ma di caduta di credibilità!
 
Nell’editoriale dello scorso mese, senza usare giri di parole, presagendo la realtà, avevamo preconizzato la calata dei falchi e l’imminente attacco al lavoro. Ora queste minacce si sono materializzate.
 
Ebbene, risponderemo con tutti gli strumenti della mobilitazione (assemblee, campagne informative capillari, blocco della negoziazione periferica, sciopero), non per condurre una battaglia di retroguardia ma, soprattutto, per una ragione di democrazia, di rispetto delle persone, di difesa del lavoro.
 
Ci batteremo unitariamente perché, in questo caso, non si mira soltanto a colpire una categoria, ma si vuole, con ogni mezzo, mirare molto più in alto: colpire il lavoro nella sua essenza, cioè nel suo rappresentare concretamente la dignità delle persone.
 
Sì. Ricordiamoci che la perdita del lavoro colpisce individui e famiglie: padri, madri, figli.
 
E lo ricordino, in particolare, quanti nei convegni – in spregio ad ogni coerenza e senza alcuna moralità – fanno il controcanto alla dottrina della filantropia ed alle teorie del “bene comune”.
 
Arrendersi a questo arrogante disegno, col pretesto di assecondare la flessibilità indotta dall’evoluzione del sistema finanziario, significherebbe qualcosa di diverso e molto di più: una sconfitta per la nostra stessa democrazia.
 
Per questo, cari amici e colleghi, contrasteremo e ribatteremo con ogni mezzo lecito. E non ci sottrarremo, come FABI, alle responsabilità ed alle urgenze del momento

Lando Maria Sileoni     
Segretario Generale F.A.B.I.
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