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VOLTEGGIARE di FALCHI, PERICOLI per il LAVORO
All’orizzonte vediamo un volteggiare di falchi, pronti a calarsi sul lavoro e sui lavoratori. Ma il lavoro è un bene supremo da tutelare, non un’anomalia da correggere. La disoccupazione effettiva, in Italia, sta salendo senza sosta: a maggio l’ISTAT segnala che il tasso di disoccupazione è salito al 12,2%. In particolare, sono i giovani che stanno pagando il prezzo più elevato: sempre a maggio, il tasso di disoccupazione per l’età compresa tra i 16 ed i 24 anni, è stato del 39%. Il quadro dell’occupazione risulta ancora più drammatico includendo la cassa integrazione. Infatti, computando la CIG (Cassa Integrazione Guadagni), la percentuale dei disoccupati italiani si attesta addirittura al 14,2%.
 
Le deboli misure recentemente varate dal Governo sono del tutto insufficienti a rallentare questo allarmante processo. È, quindi, purtroppo assai probabile che il quadro occupazionale – in mancanza di una netta inversione di tendenza nelle politiche sociali – seguiterà a presentare sensibili diminuzioni, deteriorandosi ancor più per effetto del rallentamento della domanda interna.
 
I falchi, dicevamo...
 
All’assemblea annuale dell’Associazione Bancaria Italiana del 10 luglio scorso, dagli interventi principali svolti dal Presidente Patuelli e dal Governatore della Banca d’Italia Visco, abbiamo ascoltato l’ennesima diagnosi tecnica della crisi. Osservazioni sul ruolo dell’Europa e delle Istituzioni Comunitarie, riferimenti al quadro internazionale, ma nessun riconoscimento della centralità del lavoro.
 
Il settore del credito in Italia, per bocca dei suoi massimi rappresentanti, viene presentato soltanto secondo una raffigurazione di tipo tecnocratico, efficientista, rappresentazione che non lascia alcuno spazio (sorprendentemente, neppure sul piano dialettico) al concetto di tutela del lavoro, mancando – nelle parole di Patuelli e Visco – ogni riconoscimento al valore dell’occupazione e, in ultima analisi, della ricerca del bene comune.
 
Si tratta dell’emergere di una visione che sembra negare alla radice quella “coscienza della grande responsabilità morale” dei quotidiani compiti delle Banche, che lo stesso Patuelli – contraddicendosi nei fatti – pone alla fine della sua relazione.
 
E che dire, poi, delle citazioni di De Gasperi, di Einaudi e della “Civiltà Cattolica”? Sono riferimenti che sembrano cerotti appiccicati, parole ricordate non già per convinta adesione a quei principi, ma per ornamento oratorio.
 
Ed ancora: i riferimenti di Visco appaiono indulgenti verso le Fondazioni bancarie, mentre sono lapidari nel ricordare l’esigenza di cambiare la governance delle Banche Popolari. Addirittura, per sollecitare l’apporto di capitali da parte di nuovi soci, si arriva ad assegnare un significato negativo alla presenza dei dipendenti nella base societaria. Pensate, la dichiarata necessità di apertura alla trasformazione delle popolari giunge a far dimenticare anche un principio costituzionale: quello dell’articolo 46 della Carta Fondamentale, laddove si sancisce il diritto dei lavoratori a partecipare alla gestione delle imprese!
 
Ebbene, tutto questo non è casuale e ci dà la misura di come si andrà delineando, anche per effetto di forti spinte provenienti da potentati internazionali, il confronto (o meglio, lo scontro) dei prossimi mesi. Nessuno, né Patuelli né Visco, ha parlato di responsabilità e di errori degli attori del sistema bancario. Invece, vi sono e sono ben precisi.
 
Ricorderemo, a questo riguardo, un significativo articolo (non certo scritto da un sovversivo!), dello scomparso Professor Tommaso Padoa-Schioppa, sul Corriere della Sera del 17 gennaio 2010, dal titolo “Chi non paga per gli errori”. In esso, tra l’altro, si metteva in guardia dal predicare le virtù magiche della proprietà privata e del mercato libero, si criticavano i lauti guadagni degli amministratori e dei top manager e si metteva in guardia dai pericoli di rifiutare credito alle imprese, obbligandole a chiusure, licenziamenti, affossando l’economia.
 
Invece, di fronte al sensibile deterioramento della qualità del credito – deterioramento dovuto anche a scelte dei vertici manageriali delle banche – si risponde con il credit crunch, ovvero con la contrazione dei prestiti la cui frenata appare, oggi, inarrestabile. Ciononostante, non vi sono segnali d’inversione di tendenza, in quanto, come ammesso dallo stesso Visco, il peggioramento della qualità del credito tende a protrarsi.
 
A questo riguardo, facciamo ricorso a un’altra sorprendente citazione, tratta da un autorevole quotidiano di settore, Il Sole 24 Ore, edizione dell’11 luglio 2013, pag. 5: “… in tema di credit review…. non andrebbero dimenticati i casi più clamorosi, come, ad esempio, quelli legati a tre altisonanti nomi dell’imprenditoria italiana… inondati di prestiti miliardari, nonostante la loro palese crisi di solvibilità. Su uno stock di prestiti complessivi alle imprese di 900 miliardi, i tre soliti noti hanno accumulato negli anni 9 miliardi di esposizione, l’1% del totale. Un inno alla concentrazione del rischio...”. Tutto ciò, alla faccia della disciplina sulle cosiddette parti correlate, vale a dire aziende partecipate o imprese che hanno nei Consigli di Amministrazione delle banche loro esponenti.
 
Non negheremo, però, ciò su cui concordiamo: vale a dire – ad esempio – la necessità di individuare adeguate soluzioni tecniche che consentano, innanzitutto per i nuovi prestiti, l’integrale deducibilità fiscale delle perdite, in modo da equiparare l’Italia alla più favorevole disciplina degli altri paesi europei. Ma, consapevoli dell’evoluzione del mondo del lavoro, dovremo reagire con forza a quanto accadrà nelle prossime settimane sul piano delle relazioni industriali con l’ABI e con le banche.
 
Come FABI, unitamente alle altre organizzazioni dei lavoratori, dovremo contrastare in tutti i modi quell’assurda visione del settore che fa definire (senza scrupoli) la filiale e lo “sportello” come l’elemento “vintage” del credito! Devono vergognarsi di certe affermazioni.
 
Nessuno rifiuta l’evoluzione, ma c’è un limite all’ignoranza. Tutto ruota, sempre più, attorno alla tecnologia, al web, ai nuovi trend dell’era digitale. Avvicinarsi alla clientela, aprire un colloquio, comunicare iniziative e prodotti, accrescere la conoscenza della propria offerta e del proprio brand, richiedono un’evoluzione delle attuali professionalità che deve essere accompagnata da una prospettiva formativa di lungo periodo, non da iniziative episodiche. Occorre, perciò, formare nuovi profili non per distruggere quelli vecchi, ma per farli evolvere, per valorizzare la preparazione accademica e scolastica della nuova generazione di giovani che, appunto, avendo maggiore familiarità con le tecnologie informatiche, non può prescindere dai fondamentali tecnici.
 
Ebbene: pensiamo che proprio l’incontro tra domanda di nuovi servizi ed offerta di nuove professionalità possa rappresentare una seria occasione di sbocco e di sviluppo occupazionale per i giovani.
 
Ecco perché occorre contrastare i falchi.
 
Occorre battere l’assioma nuove professionalità/minori tutele - minore retribuzione/minori regole.
  
L’equazione che ridurre i costi, garantirebbe l’occupazione va rispedita al mittente. Le ristrutturazioni non possono ripetersi con cadenza ossessiva. Il lavoro come valore è, dunque, imprescindibile per trasformare in ricavo l’attività d’impresa.
 
Devono capirlo anche i banchieri.
Lando Maria Sileoni     
Segretario Generale F.A.B.I.
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