|
La Voce dei Bancari anno LV – N.3/2003
CONSUMI & SIMBOLI
di DOMENICO SECONDULFO
Docente di Sociologia generale e di Sociologia dei
Processi Culturali
Università di Verona
In vetrina
È indispensabile mostrare
l’oggetto del desiderio in una condizione che ne impedisca l’immediato
possesso e che passi attraverso l’atto di acquisto e la circolazione del
denaro
Tra
qualche centinaio di anni, gli archeologi del futuro, tentando di capire la
nostra strana società e scavando tra montagne di lattine, sacchetti di
plastica, bottiglie, auto arrugginite e pile elettriche, si chiederanno,
forse, come circolava tra la gente tutta questa roba, e quali erano gli
aspetti più emblematici di questa nostra “civiltà della merce”.
Probabilmente,
pensando ad un museo per scolaresche in cui ricostruire sinteticamente, a
fini didattici, alcuni modelli tipici della nostra organizzazione sociale,
si interrogheranno su cosa potere esporre per dare un’idea immediata del
nostro mondo e del nostro modo di vivere.
Tra
le tante cose una, a mio parere, potrebbe prestarsi a rendere efficacemente
un’immagine della nostra “civiltà della merce”: la vetrina.
Intanto
la vetrina è fatta di vetro, elemento che ha la caratteristica di lasciar
passare lo sguardo ma non il corpo:
in ciò sta l’essenza della nostra società dell’immagine.
La
vetrina è uno degli snodi essenziali della forma-merce, cioè il mezzo di
cui la nostra società si serve per far circolare gli oggetti ed i servizi
(le utilità) al suo interno. È una forma sociale di scambio a noi
peculiare, ma altre ce ne potrebbero essere e ce ne sono state, come ad
esempio il dono. Il nostro sistema (la merce) ha tra i suoi pilastri la
distinzione tra nuovo ed usato; oggetti e utilità si spostano
incessantemente, attraverso la distribuzione e l’acquisto, dalla prima
categoria alla seconda, convertendo il loro valore originario di merci
(scambiabili contro denaro) in oggetti e servizi, usati da ciascuno di noi
per la soddisfazione di un certo bisogno o desiderio.
Indietro
è molto difficile tornare, sia perché l’uso spesso trasforma in modo
irreversibile la merce, sia perché una volta toccata dall’uso essa perde la
sua verginità e non può più essere scambiata come merce.

Questa
contaminazione simbolica è così forte che i pochi oggetti che si possono
scambiare anche da usati (ad esempio, le auto o i libri) hanno mercati
particolari e comunque risentono sempre di una “diminuzione” sociale, per
cui il prestigio del circuito dell’usato è sempre inferiore a quello del
nuovo.
Com’è
possibile, però, scegliere oggetti e servizi da acquistare, misurandoli col
nostro desiderio, senza contaminarli con l’uso? A questo risponde appunto
la vetrina, saldando un punto critico ed essenziale della circolazione
della merce: il legame tra desiderio ed oggetto.
Il
vetro permette allo sguardo di prefigurare la gratificazione e all’oggetto
di esporsi senza pericoli di contaminazione.
Come
non vedere in questa disgiunzione tra desiderio e azione, mediata
dall’occhio, una delle chiavi di volta della nostra civiltà e della nostra
cultura?
Tra
il desiderio, la prefigurazione del piacere retta dallo sguardo, e la
consumazione del piacere stesso c’è il sacrificio, cioè l’acquisto, in
forza del quale ci si lega a quello specifico oggetto e non si potrà più
tornare indietro, se non ricominciando ex novo con un altro oggetto,
naturalmente nuovo.
Se
la torta che ho comperato dopo averla guardata e prefigurata non mi darà il
piacere che avevo sognato, non potrò che buttarla e comperarne un’altra:
non ho potuto assaggiarla prima dell’acquisto, il vetro me lo ha impedito.

La
società dello sguardo, dominata dall’occhio e dalla scissione tra desiderio
e azione, nasce dalla vetrina e si sviluppa (per ora) amplificandone a
dismisura l’effetto, che diviene man mano un diaframma tra noi e la realtà,
come accade nei media visivi, quali
il cinema, la televisione e, ultimo arrivato, il computer.
Sarà
quindi una vetrina a campeggiare nel museo del futuro, con oggetti e
servizi da un lato, uno spesso vetro nel mezzo, e dall’altro lato gli occhi
pieni di desiderio del consumatore: “guardare e non toccare, prima pagare
poi toccare”, un modello ormai universale.
Chissà
che effetto farà ai visitatori di quel museo l’idea di un mondo di occhi
affamati e indiscreti, ma di mani e corpi passivi, vuoti ed incapaci di
dare immediato sfogo al desiderio, abituati ad una gratificazione
“virtuale” affidata allo sguardo, ma frustrata nel corpo: avvezzi, cioè, a
mille promesse ma a pochi piaceri.

Proprio
per questo legame con il desiderio e la sua relativa frustrazione, la
vetrina è emblematica anche del livello di controllo sociale che abbiamo
raggiunto, cioè della capacità che la nostra società ha di eccitare il
desiderio, inibendone e procrastinandone al contempo la soddisfazione.
Questa
forza dell’ordine sociale è ben simboleggiata dalle vetrine, intatte
nonostante il desiderio che eccitano. Non a caso quando il controllo si
affievolisce sono proprio loro le prime a rimetterci.
Se
nella società basata sulla produzione la rottura dell’ordine sociale si
realizzava nella fabbrica attraverso la disarticolazione dei ritmi
produttivi, nelle società imperniate sul consumo questa rottura, per il
momento, avviene nelle strutture distributive, accanendosi contro le
vetrine che ne sono l’emblema e il simbolo.
Del
resto, lo spostamento in avanti della gratificazione di un desiderio, e la
rottura del naturale ed immediato legame tra desiderio e soddisfazione,
sono passaggi fondamentali per l’avvio dell’accumulazione sociale.

L’etica
del primo capitalismo, ormai un secolo fa, richiedeva esattamente la
repressione, o comunque lo spostamento nel tempo, della gratificazione,
ponendo il sacrificio che ne derivava alla base dell’accumulazione di
valore. La risposta a questo sacrificio era la sensazione soggettiva di
essere “nel giusto”, ed il prestigio sociale che ne derivava.
Successivamente,
questo tipo di frustrazione si è evoluto in gratificazione virtuale,
ottenuta soltanto attraverso lo sguardo, rimandata e negata nella sua
corporeità: la civiltà dell’occhio e del desiderio rinviato in cui ci
troviamo.
Sarà
interessante vedere come tutto questo si fonderà con le attuali spinte al
consumo, che per moltiplicare la circolazione della merce orientano invece
alla gratificazione immediata, attraverso l’acquisto, del desiderio
suscitato dalla merce, in contrasto con la vecchia etica del sacrificio.
Comunque,
anche in questo scenario di modificazione culturale l’importanza della
vetrina non diminuisce, anzi aumenta, poiché la gratificazione del
desiderio deve comunque passare attraverso l’acquisto del bene desiderato.
È
quindi indispensabile mostrare l’oggetto del desiderio in una condizione
che ne impedisca l’immediato possesso e che passi attraverso l’atto di
acquisto e la circolazione del denaro. Non a caso, come dicevamo, questa
forma di gratificazione mediante l’acquisto viene garantita dall’ordine
sociale, ed è la prima a cadere quando quest’ordine viene meno.
È
ciò che si verifica, ad esempio, nelle rivolte urbane che di tanto in tanto
esplodono nelle grandi città: è accaduto recentemente in Argentina, ed anni
fa a Los Angeles e a New York.
Nella
società agricola la molla della rivolta erano le pance affamate ma vuote,
nella nostra società dei consumi saranno gli occhi affamati.
|