SILEONI sfida l’ABI sul Fondo

SILEONI sfida l'ABI sul Fondo
BAN

CHE E PENSIONI, LA SFIDA DEI 54 ANNI

Il negoziato sul fondo previdenziale
Di Stefania Tamburello (Corriere della Sera 26 febbraio 2011)
ROMA- Il confronto, o meglio lo scontro, sarà duro. Lo dicono i sindacati e lo dicono anche i banchieri. In vista c’è l’apertura delle trattative sul rinnovo del contratto di lavoro della categoria, prevista a fine maggio. Ma prima- l’incontro è previsto per lunedì in Abi- è in programma l’affondo sulla riforma del fondo esuberi che finora ha consentito l’uscita morbida e anticipata dal lavoro di trentamila bancari, ma che le banche vogliono cambiare perché costa troppo.
I sindacati, spiega Lando Sileoni segretario generale della Fabi, sarebbero d’accordo anche su qualche modifica importante per esempio sul trattamento economico previsto e sulla durata. Ma vogliono mantenere la volontarietà dell’adesione al fondo. Cosa che invece l’Abi chiede di cambiare introducendo anche nel mondo delle banche l’indennità di disoccupazione, per porre a carico dello stato quanto meno il primo anno dei cinque previsti per il trattamento del fondo. E così risparmiando una parte dei 200mila euro del costo massimo per ogni lavoratore. Tale indennità per ò presupporrebbe il licenziamento condiviso dai sindacati di quei lavoratori che avrebbero i requisiti per l’uscita anticipata in caso di ristrutturazione (53-54 anni con 40 anni di contributi): “Siamo assolutamente contrari ad introdurre nel settore l’indennità di disoccupazione che vorrebbe dire licenziamenti mascherati”, insiste Sileoni.
Rilevando che quella del Fondo è un partita di fondamentale importanza in vista del rinnovo del contratto.
Su cui Francesco Micheli, capo delegazione dell’Abi nelle partite sindacali, ha fatto calare un pesante out-out tra salario e occupazione, ottenendo, come prevedibile, il coro compatto del “no” delle diverse sigle.
“è possibile coniugare i due termini con un recupero contributivo secondo equità, incidendo sulle rendite dei vertici”, dice ancora Sileoni invocando la leva redistributiva all’interno delle banche.
Sul contratto il presidente dell’Abi, Giuseppe Mussari, ha questa visione: “è difficile fare accettare a tutti il fatto che bisogna cambiare”, afferma rilevando che non si tratta solo di far fronte a un evento temporaneo dovuto alla crisi economica. Ma ad una sorta di resa dei conti strutturale, necessaria per dare un futuro di lavoro alle nuove generazioni, spiega. Non si discute, aggiunge Mussari, di seguire o meno l’esempio Fiat visto che nel credito non c’è ragione di cambiare il modello contrattuale su due livelli, nazionale e aziendale. Ma di modificare metodi e obiettivi. Anche nelle banche bisognerebbe cioè chiedere ai lavoratori di partecipare al rischio d’impresa. Cercando il consenso e prevedendo un luogo comune, per imprese e lavoratori, di discussione e verifica. Con una premessa, “bisogna convincerci tutti che è un cammino obbligato perché non possiamo permetterci di non farlo: l’economia non cresce e un Paese che non produce ricchezza sacrifica i giovani”. Le banche stanno meglio dell’industria ma hanno, spiega il presidente dell’Abi, obblighi gravosi da rispettare. Devono, tanto per dire la prima cosa, ricostruire un rendimento ragionevole per chi investe nel loro capitale e devono diminuire i costi di gestione, come chiede anche il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi
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Certo, riconosce Giuseppe Mussari, non basta intervenire sui rapporti di lavoro, ci sono altri profili.
Corriere della Sera 26 febbraio 2011
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