BANCHE E AI: «NESSUN PIANO INDUSTRIALE SENZA GARANZIE PER IL PERSONALE»

Dal Consiglio nazionale della Fabi la richiesta di regole condivise su intelligenza artificiale, organizzazione del lavoro: nessuna trasformazione senza tutele, occupazione e formazione.

BANCHE E AI: «NESSUN PIANO INDUSTRIALE SENZA GARANZIE PER IL PERSONALE»

Agli East End Studios di Milano, la seconda giornata del Consiglio nazionale della Fabi prende la forma di una vera e propria piattaforma di confronto sul futuro del credito. Non una sequenza di interventi, ma un laboratorio politico e industriale dove si incrociano manager, accademici, giornalisti economici e dirigenti sindacali. Sullo sfondo, una domanda strategica: che cosa sarà la “next generation bank” e quale spazio avranno lavoro, diritti e coesione sociale dentro questa trasformazione?

Dalla garanzia alla crescita: il credito come infrastruttura del Paese
Il primo asse di discussione sposta il baricentro dal sostegno emergenziale alla crescita strutturale. Nel confronto tra il segretario generale Fabi, Lando Maria Sileoni, e l’amministratore delegato di BdM Banca, Cristiano Carrus, emerge con forza il tema della banca come presidio territoriale e infrastruttura economica essenziale.

In una difficile fase storica segnata da tensioni energetiche, inflazione e incertezza sulle mosse della Banca centrale europea, il credito torna a essere leva di politica industriale. Carrus rivendica il modello della banca radicata nel territorio – in particolare nel Mezzogiorno – capace di raccogliere risparmio locale e reinvestirlo nello stesso tessuto produttivo. Non solo una scelta di business, ma un posizionamento sociale.

Il tema dell’intelligenza artificiale attraversa il dibattito come fattore abilitante e al tempo stesso potenziale elemento di squilibrio. La distinzione è netta: l’AI può efficientare processi e back office, ma nel rapporto con le imprese e nella consulenza complessa la relazione resta centrale. Per la Fabi, la partita non può essere giocata “in ordine sparso”: servono regole condivise, governance dell’innovazione e un quadro contrattuale capace di redistribuire valore.
Il professor Claudio Emanuele Felice amplia lo sguardo. Senza un rafforzamento politico e fiscale dell’Unione europea, sostiene, la sola integrazione monetaria non basta a reggere gli shock globali. Crescita e diritti devono procedere insieme: senza un pilastro sociale credibile, anche l’architettura economica rischia di perdere consenso.

Welfare e demografia: la sostenibilità come questione industriale.

La riflessione si sposta poi sul welfare, affrontato non come capitolo separato ma come variabile macroeconomica. L’invecchiamento della popolazione e il rapporto sempre più critico tra attivi e pensionati impongono una revisione strutturale del sistema.

Nel confronto con Alberto Brambilla e i dirigenti sindacali, la previdenza complementare e il welfare contrattuale vengono descritti come strumenti di stabilità non solo sociale ma produttiva. Nel settore bancario, le tutele integrative diventano parte della competitività: qualità del lavoro e qualità del servizio sono grandezze interdipendenti.

La tesi che attraversa il dibattito è chiara: senza equilibrio previdenziale e senza un sistema di protezioni credibile, anche la capacità delle banche di sostenere famiglie e imprese si indebolisce. La sostenibilità finanziaria e quella sociale non sono più binari paralleli, ma la stessa infrastruttura.
Banche tra storia e futuro: l’AI non sostituisce il consulente

Nel panel con i rappresentanti dei principali gruppi – da Intesa Sanpaolo a Crédit Agricole Italia – il confronto si sviluppa lungo un doppio asse: trasformazione del modello e qualità della relazione con la clientela.

Dalla filiale tradizionale alla digitalizzazione dei processi, il settore ha già attraversato una metamorfosi profonda. Ma il passaggio decisivo riguarda l’integrazione dell’intelligenza artificiale. La convinzione condivisa è che la tecnologia rafforzerà – e non sostituirà – la consulenza nei momenti complessi. La fiducia resta un fatto umano.

Per il sindacato, la questione diventa contrattuale: come si governa l’innovazione evitando frammentazioni tra gruppi, dumping organizzativo e pressioni commerciali eccessive? Il consenso dei lavoratori, viene ribadito, è condizione di sostenibilità dei piani industriali.

I grandi gruppi e la transizione organizzativa.

Il confronto entra nel merito delle strategie aziendali.

In Intesa Sanpaolo si è parlato di equilibrio tra banca digitale e banca “reale”: transazioni da un lato, consulenza evoluta e pianificazione patrimoniale dall’altro. Per la Fabi, formazione continua e monitoraggio dei piani industriali sono strumenti essenziali per evitare che le pressioni commerciali comprimano le tutele.

In UniCredit il focus è stato su smart learning, programmazione del lavoro e ricambio generazionale, insieme alla piena applicazione del protocollo a tutela delle donne vittime di violenza: un segnale di integrazione tra innovazione organizzativa e responsabilità sociale.
Per Monte dei Paschi di Siena la parola chiave è consolidamento dopo anni di ristrutturazioni. L’AI viene letta come leva di sviluppo, ma con un principio non negoziabile: nessun piano industriale può prescindere dalla salvaguardia occupazionale.

In Banco BPM la transizione in corso impone attenzione all’assetto futuro del gruppo. L’innovazione, è stato sottolineato, deve rendere il lavoro più qualificato e attrattivo, non comprimere organici.

BPER Banca rappresenta un caso emblematico di crescita dimensionale: dalle 8.000 alle 22.000 unità in pochi anni. Qui il nodo è l’equilibrio tra remunerazione degli azionisti, sostenibilità dei margini e investimenti in formazione, con un richiamo esplicito alla centralità dell’intelligenza umana prima ancora dell’AI.

In BNL BNP Paribas la Fabi ha sollecitato maggiore incisività industriale e chiarezza sulle politiche commerciali, mentre in Crédit Agricole Italia è stata riconosciuta una visione di lungo periodo e un’attenzione costante al territorio.

BCC e banche medio-piccole: il territorio come differenziale competitivo.

Nel credito cooperativo, rappresentato da Federcasse e dai gruppi come Cassa Centrale Banca, il messaggio è netto: utili reinvestiti sul territorio, bilateralità e formazione come strumenti identitari. Le Bcc, è stato ricordato, garantiscono una presenza che le grandi banche hanno progressivamente ridotto.
Anche tra le realtà medio-piccole – come Banco Desio e Mediolanum – il digitale è considerato un “plus”, non un sostituto della relazione. Tecnologia e consulenza personalizzata devono procedere insieme.

La linea politica: governare la trasformazione.

La giornata si chiude con il passaggio dalla dimensione pubblica a quella politica interna. La Fabi si prepara a definire le proprie linee strategiche per mesi che si annunciano decisivi: risiko bancario, digitalizzazione accelerata, rinnovi contrattuali, pressione competitiva.

Il filo rosso che ha attraversato il Consiglio è uno: la trasformazione non è neutrale. Può produrre concentrazione di valore o redistribuzione; può comprimere lavoro o qualificarlo; può allontanare i territori o rafforzarli.

La “next generation bank” non sarà soltanto il risultato di algoritmi e piani industriali, ma dell’equilibrio che si riuscirà a costruire tra innovazione, occupazione e coesione sociale. Ed è su questo equilibrio che il sindacato dei bancari riconferma un ruolo da protagonista.

Milano, 4 marzo 2026